COMMENTO BOND: divergenza Oat-Btp dimostra che investitoti sono più selettivi (Unicredit)
15/10/2026 17:45
COMMENTO BOND: divergenza Oat-Btp dimostra che investitoti sono più selettivi (Unicredit)
MILANO (MF-NW)--La divergenza tra gli Oat francesi e i Btp italiani suggerisce che gli investitori siano diventati più selettivi, attribuendo maggiore importanza ai fattori interni dei singoli Paesi, un atteggiamento destinato probabilmente a persistere, affermano gli strategist di Unicredit. Considerando che i rendimenti dei Bund sono aumentati di 80 punti base dall'inizio della guerra in Iran, non sorprende che gli spread sui titoli di Stato si siano ampliati, puntualizzano gli esperti. La relativa stabilità del rapporto tra lo spread dei Btp e il rendimento dei Bund suggerisce che il movimento osservato finora sia stato legato principalmente alle condizioni generali di mercato, riflettendo in misura minore le preoccupazioni degli investitori per i fondamentali economici del Paese. Per mantenere stabile questo rapporto al 25%, lo spread Btp/Bund dovrebbe attestarsi a 85 punti base, circa 20 punti base al di sotto dei livelli attuali di mercato. Il quadro è diverso per la Francia, dove l'aumento del rapporto tra lo spread degli Oat e il rendimento dei Bund indica che sono in gioco fattori specifici del Paese e che la percezione degli investitori è peggiorata. Affinché questo rapporto tornasse in linea con i livelli di inizio settembre, lo spread tra Oat e Bund dovrebbe essere inferiore di 50 punti base rispetto ai livelli attuali di mercato. Le preoccupazioni degli investitori, puntualizzano da Unicredit, derivano dalla necessità della Francia di ridurre il deficit pubblico per rallentare e, in ultima analisi, stabilizzare l'aumento del debito pubblico. L'aggiustamento necessario è politicamente difficile. Un risanamento significativo dei conti pubblici appare improbabile prima delle elezioni presidenziali, che si terranno tra sei mesi, e potrebbe rimanere difficile anche successivamente. Un'altra fonte di vulnerabilità è l'elevata quota di debito pubblico francese detenuta da investitori esteri, che tendono a reagire rapidamente alle notizie negative. Sebbene lo strumento di protezione della trasmissione della politica monetaria della Bce (Tpi) dovrebbe limitare il rischio di un ampliamento estremo degli spread, la soglia per un intervento sarà probabilmente ben superiore ai livelli attuali di mercato. Di conseguenza, gli investitori hanno pochi incentivi ad aumentare la propria esposizione agli Oat finché l'ampliamento degli spread non diventerà sufficientemente marcato da innescare una risposta credibile delle autorità francesi o un segnale da parte della Bce. In altre parole, la situazione potrebbe dover peggiorare prima di migliorare. Le implicazioni vanno oltre la Francia, spiegano da Unicredit. Fino allo scoppio del conflitto in Iran, la convergenza degli spread era stata una tendenza dominante nei mercati dei titoli di Stato dell'Eurozona, sostenuta da una maggiore coesione politica, da un'architettura dell'Eurozona più resiliente e da cicli economici sempre più sincronizzati. Questa tendenza si è interrotta con lo scoppio del conflitto e gli sviluppi recenti hanno messo ulteriormente in discussione tale scenario. La proposta di Marine Le Pen di ridurre il contributo della Francia al bilancio dell'Unione europea non rappresenta un segnale positivo in termini di convergenza politica. Anche la mancanza di progressi significativi verso la creazione di un'attività sicura comune europea alimenta i dubbi. "Poiché gli investitori attribuiscono maggiore importanza ai fondamentali specifici dei singoli Paesi, è probabile che la differenziazione degli spread persista, creando sia rischi sia opportunità nei mercati dei titoli di Stato dell'Eurozona. Per il momento, tuttavia, il bilancio dei rischi suggerisce cautela nei confronti dei titoli di Stato francesi rispetto a quelli degli altri Paesi", concludono da Unicredit. alb MF NEWSWIRES (redazione@mfnewswires.it)
FOCUS: midterm Usa cruciali per deficit e rendimenti globali (Ubs Wm)
15/10/2026 16:55
FOCUS: midterm Usa cruciali per deficit e rendimenti globali (Ubs Wm)
MILANO (MF-NW)--"Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti sono state finora un tema meno presente sui mercati rispetto al solito. Guerre, intelligenza artificiale, inflazione e banche centrali le hanno parzialmente oscurate, ma le ricadute sui mercati finanziari potrebbero non essere trascurabili", dichiara Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di Ubs Wm in Italia. "Il 3 novembre gli Stati Uniti andranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. La Casa Bianca non è in discussione; tuttavia l'attività dell'amministrazione potrà essere influenzata: il Congresso può accelerarne l'agenda legislativa oppure rallentarla", prosegue l'esperto. "Donald Trump ha più volte smentito i sondaggi, soprattutto nelle presidenziali del 2016, ma le ultime rilevazioni sembrano indicare che i Democratici potrebbero conquistare la maggioranza in entrambe le Camere. Il gradimento per l'amministrazione repubblicana è sceso sotto il peso dei rincari dei carburanti, delle rate dei mutui e della guerra con l'Iran", afferma l'analista. "Alla Camera, dove la maggioranza repubblicana è di appena tre seggi, una vittoria democratica appare nettamente favorita", continua Ramenghi. "Al Senato, invece, la partita resta aperta e si gioca in pochi Stati strategici. Se conquistassero la Camera e il controllo del Senato restasse incerto, i Democratici potrebbero tentare di rinviare o cancellare i tagli a Medicaid e agli aiuti alimentari. Questi tagli, previsti nel One Big Beautiful Bill Act - l'ultima legge di bilancio - servono a finanziare gli sgravi promessi dall'amministrazione Trump". "Con un governo diviso aumenterebbe anche il rischio di shutdown", afferma l'esperto, "la paralisi parziale dell'amministrazione federale quando il Congresso e il Presidente non trovano un accordo sui finanziamenti. Vi sono diversi precedenti: sotto Trump, lo shutdown del 2018-2019 durò 35 giorni; quello del 2025 ne durò 43, il più lungo della storia americana". "L'amministrazione potrebbe così trovarsi costretta a negoziare con i Democratici su programmi sociali e politiche abitative, con un possibile ulteriore ampliamento del deficit federale", dichiara l'analista. "Il margine fiscale è però limitato", prosegue Ramenghi. "Si prevede che il deficit federale salga dal 5,8% del PIL nel 2025 a oltre il 6,2% nel 2026, sfiorando USD 2.000 miliardi. Intanto, il debito pubblico lordo, la misura usata nelle comparazioni internazionali, supera il 120% del PIL. Il costo netto degli interessi ha inoltre raggiunto circa USD 1.100 miliardi annui, superando la spesa per la difesa". "L'intelligenza artificiale potrebbe essere uno dei principali argomenti di confronto, soprattutto per gli effetti su occupazione, sicurezza e consumi energetici. Un irrigidimento normativo potrebbe rallentare gli investimenti infrastrutturali, con possibili riflessi sulle principali società del comparto", rileva l'epserto. "Su commercio, immigrazione e politica estera, invece, è probabile che l'esecutivo continui a godere di ampia autonomia". Per Ramenghi, "nei rapporti con la Cina sembra prevalere un consenso bipartisan sulla necessità di mantenere una linea competitiva e rigorosa. Il vertice Trump-Xi di settembre ha ridotto le tensioni, ma, parallelamente, Washington continua a chiedere agli alleati asiatici di aumentare la spesa per la difesa. La posizione dominante di Pechino sulle terre rare fa tuttavia ritenere che nuove restrizioni all'esportazione di microchip e tecnologie critiche saranno introdotte con cautela". Inoltre, "il recente accordo Ue-Usa riduce la probabilità di una guerra commerciale con l'Europa, ma gli Stati Uniti potrebbero chiedere a Bruxelles una linea più restrittiva verso la Cina, con ricadute su numerosi settori, tra cui automotive, industria, chimica, lusso e sanità". "Sulla difesa, un cambio di direzione appare poco probabile", dichiara l'analista. "Al vertice dell'Aia del 2025, gli alleati Nato si sono impegnati a destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza, contro il 2,3% del 2025. Queste spese gravano su deficit e debito, ma per i Paesi con maggiore spazio fiscale, come la Germania, già impegnata in programmi per infrastrutture e difesa, possono essere un volano". "Questi investimenti, tuttavia, contribuiscono ad ampliare i deficit, rendendo difficile per molti governi europei conciliare l'aumento della spesa per la difesa con gli elevati costi energetici e i crescenti oneri di finanziamento", dichiara Ramenghi. "Le tensioni fiscali tendono a propagarsi tra i mercati sovrani. I bond vigilantes - investitori pronti a penalizzare politiche di bilancio poco credibili - concentrano l'attenzione sugli emittenti più vulnerabili. In questo contesto, l'aumento dei rendimenti francesi, dovuto alla fragilità dei conti pubblici e all'instabilità politica, ha contribuito a spingere al rialzo in particolare quelli italiani e belgi". "Il 3 novembre non si voterà quindi soltanto per rinnovare il Congresso, ma anche per determinare il ritmo della politica fiscale americana, l'effetto dei Treasury sui rendimenti globali e, indirettamente, il margine di manovra dell'Europa", conclude Ramenghi. dfg gaia.difraia@mfnewswires.it (fine) MF NEWSWIRES (redazione@mfnewswires.it)