Olio: rallenta discesa prezzi in 3° trim, Italia punta sul Piano Olivicolo
28/10/2026 20:18
Olio: rallenta discesa prezzi in 3° trim, Italia punta sul Piano Olivicolo
MILANO (MF-NW)--Nel terzo trimestre il prezzo dell'olio extravergine italiano ha continuato a scendere, fino a raggiungere un valore tra i 4,30 e i 4,90 euro al chilo considerando i comparti convenzionale e biologico, e la distanza dall'extravergine spagnolo si è ridotta a meno di un euro. Nello stesso periodo è stato approvato il Piano olivicolo nazionale 2026-2030, mentre la nuova campagna in molti paesi del Mediterraneo si è aperta nell'incertezza lasciata da un'estate di caldo e siccità. È quanto emerge dall'Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che descrive un settore ancora in assestamento dopo due anni di forti tensioni, e conferma alcune tendenze già indicate nei mesi scorsi, come la discesa dei prezzi italiani e le scorte elevate, ma ne ha invertite altre. Ad esempio, in Spagna i prezzi, che all'inizio dell'estate erano previsti in ulteriore calo, sembrano ora essere più dinamici. Nel terzo trimestre 2026 il prezzo dell'olio extravergine italiano ha continuato a diminuire: a ottobre ha oscillato tra 4,30-4,90 euro/kg a seconda della qualità e della categoria merceologica, il 38-46% in meno rispetto agli 8 euro di fine 2025. Di conseguenza, la differenza di prezzo tra l'olio italiano e quello spagnolo si è ridotta, passando dai circa 2,55-3,05 euro/kg di marzo ai 0,40 - 0,60 euro al chilo di ottobre, e anche quella con l'olio tunisino ha raggiunto i soli 0,75 euro/kg. Le Dop/Igp e, in misura minore, il certificato biologico sono tuttavia riuscite a mantenere prezzi superiori. A tenere basse le quotazioni è stata soprattutto la grande quantità di olio in giacenza: secondo il rapporto Masaf-Icqrf, ripreso dalla Regione Puglia, infatti, a fine luglio gli oli complessivamente detenuti in Italia ammontavano a 233.377 tonnellate, il 43,9% in più rispetto al 2025; di queste, le scorte di extravergine di origine italiana ammontavano a 108.299 tonnellate. Le stime per il 2027, tuttavia, vedono l'olio extravergine italiano stabilizzarsi e recuperare leggermente, con quotazioni previste intorno ai 4,40-4,60 euro al chilo, le più alte tra i produttori europei: il prezzo previsto per Spagna, Grecia e Portogallo si stima infatti tra i 3,35 - 3,70 euro al kg. Sul fronte della regolamentazione è arrivata una stretta sulle etichette. Con la circolare del 16 luglio 2026, il Ministero dell'Agricoltura ha stabilito che le miscele di olio extravergine e olio vergine non possono essere vendute come extravergine sul mercato italiano, anche se rientrano nei parametri della categoria. Un successivo chiarimento ha però ammesso questa possibilità per l'export e per l'olio confezionato in Italia, purché il prodotto finale rispetti i requisiti. Durante l'estate è stato inoltre adottato il Piano olivicolo italiano 2026-2030. Sul piatto, ancora da approvare, ci sono circa 300 milioni di euro, da allocare tra il 2027 e il 2029, e un obiettivo preciso, produrre il 25% di extravergine in più nel medio-lungo periodo. Si punta in particolare sul recupero degli oliveti abbandonati, circa 300.000 ettari in tutta Italia, su frantoi più moderni, su costi più bassi per gli agricoltori, sulla lotta alla Xylella e su una maggiore tracciabilità1. Intanto la campagna 2026/27 si è aperta dopo un'estate segnata in tutta Europa da siccità, temperature elevate e scarsità di precipitazioni1, con effetti particolarmente evidenti nelle regioni del Sud. Secondo le prime stime, la produzione italiana dovrebbe attestarsi intorno alle 260 mila tonnellate, segnando una flessione di circa il 15% rispetto alle 300 mila tonnellate registrate nell'annata precedente. In controtendenza l'Igp Toscano che quest'anno, secondo le ultime rilevazioni, registrerà un'annata decisamente favorevole: in base alle rilevazioni del Consorzio di tutela della regione, i volumi dovrebbero superare del 35-40% le medie dell'ultimo decennio. In Spagna il trimestre è andato diversamente dalle attese più ribassiste. A inizio estate le previsioni di un raccolto abbondante facevano pensare a prezzi in ulteriore calo. Tuttavia, dopo oscillazioni intorno a 3,50 euro al chilo tra agosto e inizio settembre, le ultime rilevazioni di fine ottobre sull'extravergine indicano un prezzo di circa 3,70 euro al chilo per il convenzionale e 4,50 per il biologico. A inizio mese, inoltre, le prime stime ufficiali del Ministero dell'Agricoltura spagnolo hanno indicato per la campagna 2026/27 una produzione di circa 1,6 milioni di tonnellate, il 23% in più rispetto alla precedente, ma restano preliminari: il caldo estivo, soprattutto negli oliveti non irrigui, e l'andamento meteorologico delle prossime settimane potrebbero infatti condizionare le rese. Nel resto del Mediterraneo il quadro rimane differenziato per origine e qualità: a fine ottobre, ad esempio, l'olio extravergine portoghese ha registrato una quotazione pari a 3,80 euro/kg (4,60 per il bio), e l'olio tunisino a 3,55 euro/kg (3,90 per il bio), all'origine. Non emerge quindi ancora un chiaro prezzo di allineamento tra i diversi mercati. Sul fronte produttivo si prevedono volumi consistenti, con circa 260 mila tonnellate attese in Turchia, 250 mila in Tunisia, 240 mila in Grecia (la cui campagna deve ancora iniziare), 200 mila in Portogallo. Nel trimestre i costi per chi coltiva ulivi hanno continuato a salire, confermando le tensioni segnalate a inizio anno. Fertilizzanti, fitofarmaci, gasolio ed elettricità hanno fatto aumentare le spese di oltre 200 euro per ettaro nelle principali aree olivicole del Mediterraneo, e la Commissione europea ha annunciato 540 milioni di euro di aiuti per compensare il caro fertilizzanti. Secondo uno studio spagnolo, in sei anni produrre un chilo d'olio è diventato più caro del 57%. Oggi il costo va dai 3,08 euro degli oliveti moderni, fitti e raccolti a macchina, ai 5,31 euro di quelli tradizionali, che spendono così più di quanto ricavano vendendo l'olio1. Sul mercato nordamericano, decisivo per l'olio italiano ed europeo, il quadro dei dazi è cambiato ancora. Resta valido l'accordo tra Unione europea e Stati Uniti che fissa al 15% il tetto dei dazi sulla maggior parte dei prodotti europei importati negli Usa. Dal 24 luglio è tuttavia cambiato il regime tariffario: i dazi temporanei introdotti a febbraio sono scaduti e sono stati sostituiti da nuove misure, giustificate da Washington con l'insufficiente contrasto alle importazioni di beni prodotti con lavoro forzato. Ad oggi per l'olio d'oliva originario dell'Unione europea, compreso quello italiano, spagnolo, greco e portoghese, il prelievo complessivo è del 10%, dazio ordinario incluso. All'olio proveniente da Turchia e Marocco si applica invece una maggiorazione del 12,5%, in aggiunta alle tasse di importazione ordinarie. Diversa la posizione della Tunisia, che non rientra tra le 60 economie colpite dalle nuove misure, che resta soggetta solo agli eventuali dazi ordinari: un vantaggio sul piano tariffario rispetto ai principali concorrenti mediterranei che esportano negli Stati Uniti. A metà ottobre si è aggiunta un'incognita specifica per la Spagna: la Federal Maritime Commission ha proposto restrizioni alle importazioni, tra cui l'olio d'oliva, e un onere di 200.000 dollari per viaggio per le navi battenti bandiera spagnola che fanno scalo nei porti statunitensi. Le misure per il settore oleario rappresentano un potenziale rischio commerciale, la cui portata è ancora imprevedibile. Le tensioni commerciali si intrecciano con le pressioni sul potere d'acquisto delle famiglie statunitensi, la cosiddetta 'economia a K': i nuclei più abbienti beneficiano della crescita dei patrimoni finanziari, mentre quelli a reddito medio e basso risentono maggiormente del rincaro delle spese essenziali. In questo contesto si colloca il rallentamento delle esportazioni europee; secondo i dati di settembre della Commissione europea, nel primo semestre 2026 l'export Ue di olio d'oliva è diminuito del 13% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025, attestandosi intorno a 2,8 miliardi di euro. La flessione ha interessato sia i prezzi all'esportazione, scesi del 6%, sia i volumi, diminuiti del 7%; gli Stati Uniti figurano, insieme a Canada, Australia e Giappone, tra le destinazioni particolarmente colpite. In Brasile, invece, le importazioni di olio d'oliva sono aumentate del 40,5% nei primi sei mesi della campagna 2025/26, a conferma della crescita dei Paesi non produttori già indicata dall'Osservatorio di Certified Origins nel secondo trimestre. E sul mercato si è fatto avanti anche un nuovo concorrente, il Cile, che per quanto piccolo a livello di produzione, nel primo semestre ha aumentato del 38% in volume le sue esportazioni1. "Dopo la forte oscillazione dei prezzi, che hanno raggiunto picchi record a causa del clima, sembra che stiamo rientrando in una fase di relativa stabilità del mercato al ribasso, accompagnata da un'importante riduzione della distanza di valore tra l'olio italiano e quello spagnolo', commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins. 'Con prezzi medi di mercato sempre più vicini a quelli delle altre origini, e una pressione economica diffusa sui consumatori nel mondo, l'olivicoltura italiana non può affidare la propria competitività e sopravvivenza alla sola leva del prezzo o alla reputazione storica del Paese. Serve quindi uno sforzo coordinato di istituzioni, associazioni e imprese per rendere riconoscibili sui mercati esteri la qualità, la tracciabilità e le denominazioni dell'olio italiano. Il nuovo Piano olivicolo va nella giusta direzione, ma per trasformarne gli obiettivi in crescita duratura sarà necessario sostenere le aziende nella gestione dei costi e nell'adattamento climatico, investendo anche nella tutela del suolo e dell'acqua". alb alberto.chimenti@mfnewswires.it (fine) MF NEWSWIRES (redazione@mfnewswires.it)